Segui il nostro Progetto di Educazione Finanziaria - L'economia e la finanza non sono materie semplici da capire e da apprendere, ed inoltre sono erroneamente percepite come competenze scientifiche. L'aspetto distintivo delle scienze sociali, quali sono appunto l'economia e la finanza, è che l'oggetto su cui si esercitano è costituito da teorie e principi che sono al tempo stesso profondamente impregnati dai comportamenti umani. Vale a dire che tra i principi e le azioni umane si genera un continuo flusso di azioni e reazioni tali per cui i comportamenti modificano i principi economici, e questi ultimi a loro volta influenzando le azioni umane. Non a caso il linguaggio anglosassone quando parla di economia usa due termini complementari: economics quando vuole indicare la scienza economica ed economy quando fa riferimento ai fatti economici. Il nostro progetto di educazione finanziaria ha l'obiettivo di dotare i suoi utenti di categorie interpretative dei principali fatti economici e finanziari, così che in futuro possano essere attrezzati a compiere scelte motivate, a sbagliare di meno, a comportarsi con raziocinio, relativamente a questioni di lavoro, imprese, prezzi, redditi, consumi, risparmi, investimenti e di tante altre similari. La familiarità con principi indissolubilmente collegati ai fatti della vita quotidiana dovrebbe rendere le persone più accorte e sobrie nel compiere le proprie scelte.

Covid-19: Ricomparirà la spending review?

Creato: Venerdì, 08 Maggio 2020 Pubblicato: Venerdì, 08 Maggio 2020 Scritto da Danilo D'Amico Stampa Email
Covid-19
 Learning to fly 
Il modo migliore per conservare gli amici è di non chiedere né dover loro nulla.
François de La Rochefoucauld
 
I governi italiani si confrontano da anni, finendo sempre in una situazione di stallo che non porta a nessun risultato significativo, con il tema della cosiddetta spending review. Sarà forse la pandemia Covid-19 a rendere inevitabile una revisione della spesa pubblica? Nella pubblicazione del Fondo Monetario Internazionale, dal titolo Issues When Cutting Government Pay to Help Reshuffle Spending in a Crisis (Problematiche circa le riduzioni dei pagamenti governativi per la riorganizzazione della spesa in caso di crisi) ...
[ATTENZIONE: Questo articolo non contiene informazioni scientifiche sulla malattia Covid-19. Riporta una serie di considerazioni utili per comprendere le dinamiche socioeconomiche, particolarmente sollecitate dalla pandemia in corso. Si tratta, dunque, di un mero intervento divulgativo di carattere generale.]
* * * * * * * * * *
... rilasciata il 29 aprile 2020, si legge che, per la mitigazione e il trattamento della pandemia Covid-19, i governi di tutto il mondo si trovano,
- da un lato, a dover effettuare importanti finanziamenti per le emergenze in diversi settori (in primis, il settore sanitario), oltre che per sostenere le famiglie e le imprese;
- dall’altro lato, e nello stesso tempo, assistere ad un rapido calo delle loro entrate fiscali.
La pubblicazione evidenzia che “In alcuni paesi, gli alti livelli di debito pubblico preesistenti e i vincoli sull’indebitamento limitano le loro risposte, portando i responsabili politici a cercare finanziamenti di emergenza, compreso la riorganizzazione della spesa pubblica per soddisfare i bisogni urgenti”.
È noto che in Italia la situazione è particolarmente delicata a causa
- dell’elevato debito pubblico;
- dell’elevato livello di tassazione dell’economia formale;
- della capacità fiscale relativamente debole, con conseguente presenza di un’economia informale significativa.
Ne consegue che gli strumenti operativi per far fronte all’emergenza Covid-19 sono, per l’Italia, limitati.
Nel breve periodo il ricorso all’indebitamento sarà certamente la leva principale.
Il programma di acquisto di attività della BCE (denominato APP) è stato potenziato il 12 marzo 2020 l'aggiunta di 120 miliardi di euro e nella seconda metà di marzo 2020 la BCE ha anche avviato il PEPP, un programma temporaneo di acquisto di titoli del settore pubblico e privato, con una dotazione complessiva di 750 miliardi di euro.
L’Italia è sinora riuscita a cavarsela, resistendo nell’ultima soglia di rating sopra quella dei cosiddetti Junk Bond (titoli spazzatura). Ricordiamo che i junk bond sono strumenti a reddito fisso con un rating BB o inferiore, così definiti a causa del loro alto rischio di default rispetto alle obbligazioni con un rating di investimento.
 
 
Nella tabella qui sopra vediamo evidenziati in nero i rating attribuiti attualmente al debito sovrano italiano dalle principali quattro agenzie di rating internazionali.
Nella tabella qui sotto, invece, vediamo quali sono gli ulteriori livelli di rating al di sotto di quello medio-basso, che contraddistingue l’area dei junk bond.
 
 
In una nota del 22/04/2020 il Consiglio direttivo della BCE ha annunciato che fino al settembre 2021 “Le attività negoziabili e gli emittenti di tali attività che al 7 aprile 2020 soddisfacevano i requisiti minimi di qualità creditizia per l'idoneità delle garanzie (BBB- per tutte le attività, ad eccezione dei titoli garantiti da attività (ABS)) continueranno ad essere idonei in caso di declassamento del rating, purché il loro rating rimanga pari o superiore al livello di qualità creditizia 5 (CQS5, equivalente a un rating di BB) sulla scala di rating armonizzata dell'Eurosistema”. Questa misura temporanea, presa per fronteggiare l’emergenza Conid-19, è stata chiamata "grandfathering" (che potremmo tradurre come “misura di salvaguardia”).
Ciò garantisce che i titoli di stato italiani resteranno idonei alle misure di alleggerimento quantitastivo (cosiddetto QE) anche se il rating dell’Italia scenderà a BB, cioè a due livelli al di sotto dell'attuale rating BBB-
Ora, se consideriamo le stime del PIL italiano nel 2020 (il FMI prevede un -9,1%, la Commissione Europea prevede -9,5%) e del debito pubblico italiano (la Commissione Europea prevede che a fine 2020 arriverà al 158,9% del PIL per poi ridursi un po’ nel 2021 scendendo al 153,6% del PIL), dovremo anche considerare come possibile (per non dire probabile) un declassamento del rating italiano nell’arco di un anno.
 
Ad esempio, se dovessero verificarsi i seguenti due eventi:
- prima del settembre 2021 il rating dell’Italia viene declassato a BB+;
- la BCE decide di non prorogare la misura temporanea di "grandfathering" per periodi successivi al settembre 2021;
i titoli di stato italiani non potrebbero più essere venduti alla BCE nell’ambito delle misure non convenzionali, tra le quali quella del Quantitative Easing.
Questa situazione potrebbe portare ad una difficoltà di collocamento dei titoli del debito pubblico italiano e, per conseguenza, una contrazione della possibilità di finanziare i deficit del bilancio dello Stato con il ricorso all’indebitamento.
Una futura contrazione del QE non sembra improbabile. Ricordiamo, infatti, che con sentenza del 5 maggio 2020 la Corte costituzionale federale tedesca ha:
- da un lato, stabilito il programma di acquisti dei titoli di Stato (PSPP) della BCE relativo al QE1 e QE2 non finanzia gli Stati e quindi rispetta il divieto del Trattato contro la monetizzazione dei debiti pubblici nazionali;
- dall'altro lato, non ha escluso la possibilità che il QE negli acquisti dei titoli di Stato abbia violato il mandato della BCE circa il rispetto del principio di proporzionalità del Trattato, ed ha chiesto al Consiglio direttivo della BCE di dimostrare "in una maniera comprensibile e con argomentazioni" che gli obiettivi di politica monetaria del PSPP non hanno effetti economici e fiscali non proporzionati; in particolare viene chiesta una verifica al reinvestimento del capitale dei titoli di Stato rimborsati e giunti a scadenza dal gennaio 2019 e relativi al QE1 iniziato il 9 marzo 2015 e terminato il dicembre 2018, e il QE2 iniziato nel novembre 2019.
Orbene, anche se la BCE ha rivendicato la propria indipendenza e se la Corte di Giustizia europea ha rivendicato di essere l'unica corte "competente a constatare che un atto di un'istituzione dell'Unione è contrario al diritto dell'Unione", la sentenza tedesca costituisce un precedente rilevante, perchè pone il tema che misure cosiddette "non convenzionali" come il QE non possano essere gestite senza una progettualità conforme ai trattati dell'unione.
In un tale contesto, dunque, non è infondato pensare che fra non molto il QE dovrà essere, in qualche modo, razionalizzato e che, qualunque possa essere tale razionalizzazione, si andrà verso una contrazione del programma di acquisti di attività da parte della BCE che non preveda il reinvestimento dei titoli.
E quindi cosa potrà fare l'Italia se in futuro vi sarà meno spazio per finanziare i propri deficit di bilancio ricorrrendo all'emissione di titoli di stato?
Verosimilmente dovrà, come già suggerisce il rapporto dell’FMI del 29 aprile 2020, ricorrere ad una riorganizzazione della spesa pubblica e, nell’ambito di questa, ad un taglio progressivo degli stipendi pubblici.
In effetti, manovre di riduzione delle retribuzioni dei dipendenti pubblici sono state spesso una parte importante delle risposte politiche di molti Paesi nelle crisi del passato.
Il contributo dei tagli agli stipendi pubblici alle politiche fiscali utilizzate in periodo di crisi è ascrivibile a diversi motivi:
- l’elevata quota degli stipendi pubblici rispetto alla spesa pubblica totale: in media, la spesa per gli stipendi pubblici assorbe circa un quinto della spesa pubblica totale, e varia dal 24,5% nelle economie avanzate a circa il 27% nelle economie emergenti e in via di sviluppo;
- l’attuazione relativamente rapida;
- il contesto politico-economico relativamente meno conflittuale;
- equità e redistribuzione salariale: in molti paesi i dipendenti pubblici godono di tutele occupazionali e guadagnano circa il 10% in più rispetto ai loro colleghi del settore privato, pur avendo competenze simili; queste premialità tende a diminuire durante le fasi di crescita, ma aumentano in modo significativo durante le recessioni economiche, perché gli stipendi pubblici non diminuiscono, a differenza di quelli del settore privato; da questa prospettiva di equità, i tagli ai salari nominali - soprattutto nell'attuale contesto di crisi - potrebbero essere motivati dalla necessità di solidarietà sociale e di condivisione degli oneri a breve termine.
La politica dei tagli degli stipendi pubblici deve garantire che finanzierà l’incremento di spesa pubblica. Questo richiede piena trasparenza su come verranno spesi i risparmi derivanti dalle misure.
I tagli progressivi e temporanei delle retribuzioni di alcuni dipendenti pubblici possono avere un impatto positivo sulla domanda aggregata. Ciò accadrà se i tagli serviranno a sostenere il reddito delle famiglie più colpite dalla crisi Covid-19, per la differenza nella propensione marginale al consumo tra coloro che sono soggetti ai tagli salariali e coloro che ricevono i benefici finanziati dai tagli.

Una strategia di comunicazione pubblica chiara, coerente e tempestiva, nonché la trasparenza e la responsabilità nell'uso delle risorse pubbliche sono fondamentali per garantire un'ampia fiducia e un ampio sostegno pubblico durante la crisi e per aprire efficacemente la strada a una strategia di uscita e alla rimozione delle misure temporanee di emergenza. Nella congiuntura attuale, chiarire che le misure di sostegno per affrontare la crisi COVID-19 sono temporanee potrebbe aiutare a gestire le aspettative del pubblico.

 
Visite: 369